venerdì 25 maggio 2012

Quintocortile 2012


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Quintocortile
Viale Bligny 42 - 20136 Milano - tel. 338. 800. 7617

  con la collaborazione di Milanocosa

 

Comunicato Stampa 

IX RASSEGNA

POESIARTE MILANO

ALTRO ORO

Moneta e mondo – oro e terra. Termini e orizzonti entro i quali si colloca la necessità di definire il valore delle cose e delle persone. Possono i linguaggi delle arti restituire a queste smarrite identità un nuovo baricentro di senso e di valore?

11 e 12 giugno 2012
(h 17-20)



In questo nostro tempo il denaro è ormai un flusso disciolto nel sistema arterioso-venoso del corpo sociale, serpe inafferrabile, svincolato dalle cose, valore narcisisticamente collassante su sé stesso. Valore virtuale e pure tanto addentro nella minuta realtà delle cose e dei rapporti da esserne l’unica, non separabile ragione. Nemico mascherato da mondo.
Il segno acceso di ogni forma d’arte potrà forse restituire identità alle parti in gioco, quella misura e distanza fra oro e terra, segno e mondo dalla quale, entro la quale, scocchi un’alchimia che irrompa fortemente nel dominio chiuso in atto e apra a un altro valore, significato, senso.

Poesiarte Milano  si svolgerà  a Quintocortile  nei giorni di lunedì 11 e martedì 12 giugno 2012 dalle ore 17,00 alle ore 20,00 con opere e interventi  sul tema di oltre cinquanta fra poeti, artisti  e musicisti.
   
Organizzazione a cura di: Mavi Ferrando, Donatella Airoldi (Associazione Quintocortile)
Con la collaborazione di: Adam Vaccaro, Claudia Azzola, Laura Cantelmo, Annamaria de Pietro e Giuliano Zosi (Associazione Milanocosa)


artisti:
Adalberto Borioli, Antonino Bove, Salvatore Carbone, Giulia Comenduni, Albino De Francesco, Giuseppe Denti, Fernanda Fedi, Jane Kennedy, Mavi Ferrando, Gino Gini, Maria Luisa Grimani, Nadia Magnabosco, Marilde Magni, Ruggero Maggi, Libera Mazzoleni, Gi Morandini, Antonella Prota Giurleo, Raffaele Romano, Ottavio Rossani, Evelina Schatz, Roberto Sommariva, Rosanna Veronesi.

poeti:
Ennio Abate, Claudia Azzola, Rinaldo Caddeo, Luigi Cannillo, Laura Cantelmo, Annamaria De Pietro, Mariella De Santis, Gilberto Finzi, Gabriella Galzio, Eugenio Grandinetti, Gilberto Isella, Gianmario Lucini, Meeten Nasr, Giampiero Neri, Guido Oldani, Maria Pia Quintavalla, Franco Romanò, Anthony Robbins, Ottavio Rossani, Tiziano Rossi, Tiziano Salari, Fausta Squatriti, Adam Vaccaro, Giuliano Zosi.

musicisti:
Adalberto Borioli e il duo Poemus, Barbara Gabotto e Giacomo Guidetti.


  
PROGRAMMA
ore 17,00 - 20,00: letture dei poeti con intermezzi musicali e visione delle opere esposte
ore 20,00: aperitivo


Lunedì 11 giugno

                Presentazioni
                Franco Romanò
                Eugenio Grandinetti
                Gabriella Galzio
             Intermezzo musicale con Adalberto Borioli
                Tiziano Salari
                Maria Pia Quintavalla
                Gilberto Isella

            Intervallo con  visione opere esposte


                Tiziano Rossi 
                Annamaria De Pietro
                Giuliano Zosi

            Intermezzo musicale con Adalberto Borioli


                Giampiero Neri
                Fausta Squatriti
                Luigi Cannillo 

Martedì 12 giugno

                Ennio Abate
                Laura Cantelmo
                Adam Vaccaro
             Intermezzo musicale col Duo Poemus, Barbara Gabotto e Giacomo Guidetti
                Guido Oldani
                Mariella De Santis

                Meeten Nasr


            Intervallo con visione opere esposte 

                Claudia Azzola
                Anthony Robbins
                Gilberto Finzi
             Intermezzo musicale col Duo Poemus, Barbara Gabotto e Giacomo Guidetti
                Gianmario Lucini
                Ottavio Rossani
                Rinaldo Caddeo



Il denaro nasce e si istituisce come controvalore convenzionale delle cose.
Il potere del denaro – di coloro che lo detengono – si pone come luogo socialmente, politicamente individuato, altro rispetto alla massa di coloro che non lo detengono, che sono attraversati dalla convenzione-valore delle cose, essi stessi e i materiali modesti di cui dispongono, fino a diventare essi stessi moneta di scambio, strumenti, lavoro, fra il denaro e le cose.
Questo è avvenuto storicamente.
Ma ora viviamo qualcosa di diverso: il denaro, identificato coi suoi detentori, non è più blocco contro il quale sociologicamente, politicamente ci si possa opporre, ma è ormai un flusso disciolto nel sistema arterioso-venoso del corpo sociale, serpe inafferrabile, svincolato dalle cose, valore narcisisticamente collassante su sé stesso. E coinvolge in un cerchio malato chi lo detiene e chi non lo detiene. Valore virtuale, e pure tanto addentro nella minuta realtà delle cose e dei rapporti da esserne l’unica, non separabile ragione. Valore di sé stesso, nemico mascherato da mondo.
Re-istituire la misura di giusta distanza fra moneta e cosa, fra oro e terra, vuol dire re-istituire il valore. Che è sempre confronto, lotta, l’affondo sconcertante di un aguzzo baricentro.
Ars può tentare, di fianco, di ritrovare – in fuoco alchemico – il valore smarrito fra le cose e re-istituire il segno: moneta buona, altro oro.       
Associazione Milanocosa                                                                                               
Milano, 24 aprile 2012


CON CORTESE RICHIESTA DI PUBBLICAZIONE NELLE VOSTRE RUBRICHE


Info:
Associazione Quintocortile -  Mavi Ferrando, Donatella Airoldi - tel. 338 8007617  quintocortile@tiscali.it
Associazione culturale Milanocosa - Adam Vaccaro - tel 347 7104584 info@milanocosa.it  


giovedì 24 maggio 2012

Paolo Borzi


Mercoledì 6 giugno 2012 ore 19
Associazione Culturale “Villaggio Cultura – Pentatonic”
Viale Oscar Sinigaglia 18-20 – 00143 ROMA

Annamaria Curci presenta:

L’ Epica e il Prosimetro nella produzione letteraria di Paolo Borzi.

(letture da “il Trivio dell’Innocenza”, “ Novostilvecchio o della metamorfosi delle Pipe” e “ la Materia di Britannia”)
Con performance dell’autore e nota critica di Franco Romanò

la Pipa di Domanda è infine un Punto:
grava sul capo, si fa legno e casca;
la bocca lo trattiene e si fa assunto.
Il punto di domanda è sotto nasca
e capovolto, insomma, è come il sunto
d’una dottrina da portarsi in tasca:
la vita è legno, e l’uomo un falegname;
è Cornucopia d’erba e di catrame.


martedì 22 maggio 2012

L'ideologia del denaro a Roma

Maggio 2012 alle ore 17


Vieni al CASALE GARIBALDI, Via Romolo Balzani, 87 per l'incontro-dibattito con

LO SCRITTORE

FRANCO ROMANO’
Coautore di

L’IDEOLOGIA DEL DENARO
Tra psicoanalisi, letteratura, antropologia

Altri autori: Adriano Voltolin, Lorenzo D’Angelo, Rolf Haubl, Claudio Widmann.

Alcuni allievi della UNIVERSITÀ DEGLI ADULTI E DELLA TERZA ETÀ leggeranno brani
dell’opera dell’autore
CON IL PATROCINIO DEL MUNICIPIO - ROMA 6 -
INGRESSO LIBERO LINEE BUS 105-558-412-544

ACLI Le Muse - Dlf - P.P.Pasolini - Comitato di Quartiere - Il Ponte

La mia Libreria, Via degli Ubertini, 38-00176 Roma tel. 0621707022 www.lamialibreria.com

sabato 19 maggio 2012

La strage dei ragazzi

Quanto avvenuto a Brindisi mi costringe a dire qualcosa anche su questo blog, su OraeQui troverete come sempre analisi e altro. Non avrei voluto farlo, ma l'Italia degli intrecci criminali fra mafie, pezzi di stato e poteri occulti mi costringe a farlo. Non aspettiamo vent'anni per denunciarlo, andiamo a manifestare davanti alle sedi di questi poteri, che sono ur sempre publbiche e non in piazze generiche.

martedì 15 maggio 2012

sabato 12 maggio 2012

Agenda di scrittore: romanzo


8 Aprile.
Impazzano le commemorazioni dell'affondamento del Titanic. Un servizio dopo l'altro sui canali della televisione tedesca. Le valenze simboliche di quell'evento sono state sviscerate fino alla nausea per decenni, che altro si può dire? Il Titanic è diventato talmente la metafora di una metafora, da trasformarsi in un labirinto dal quale è impossibile uscire. Forse basterebbe non entrarci più, almeno per un po'. Invece no, questa nave ha smesso di affondare del tutto nel momento stesso in cui è colata a picco e continua ad affondare senza mai toccare il fondo. Gli anniversari, si sa, sono tentazioni irresistibili e da quando si perde sempre di più la memoria, la necessità di ricordare si è fatta più ossessiva. E tuttavia c'è qualcosa che stride. Possibile che a nessuno venga in mente che richiamare oggi il Titanic alla memoria è un po' come parlare di corde a casa dell'impiccato? Oppure è proprio per questo che lo si fa? Il narcisismo del negativo, può arrivare fino a questo punto? Oppure semplicemente non ci si rende conto? In definitiva, il Titanic impressionò tanto anche dopo il suo affondamento per quel che avvenne a due anni di distanza: la Prima Guerra Mondiale. Sarà interessante allora capire come verrà ricordato proprio questo evento fra un paio di anni: Ma non sarà anche questo mio un parlar di corde a casa dell'impiccato? E non parlo del Titanic stavolta...

19 Aprile.
Ormai a ogni ritorno a Milano mi capita di avvertire una pesantezza, una gravezza che diventa sempre più un segnale di sciagura imminente: poi si telefona e figli, amici, amiche e allora un po' cambia, ma di poco perché più o meno si capisce che sono in molti ad avvertire lo stesso clima.

25 Aprile.
Molte gente in piazza, festosa, poi feste di quartiere, belle e partecipate: famiglie, bambini, giochi. La percezione che ormai esistono due società che non si parlano più si fa sempre più forte: non sarà mai una data condivisa quella del 25 aprile e sotto certi aspetti è un bene, perché la Repubblica Democratica nata dalla Resistenza e dall'incontro fra le tre grandi culture di massa, quella comunista, socialista e cattolica, è finita da un pezzo ed era rimasta solo la sua melensa ipocrisia: ha fatto bene l'Anpi di Roma a rifiutare la presenza di presidenti di istituzione che sono semplicemente dei fascisti e della peggiore specie. Chi era in piazza a Milano e anche nei quartieri mostrava di comprendere tutto questo, parlo della persone comuni non di ciò che rimane delle nomenclature riciclate della prima repubblica; forse sono le conseguenze a non essere ancora del tutto chiare...

28 Aprile.
Marco Paolini, alla trasmissione di Fazio Che tempo che fa ha presentato il suo ultimo libro-testo intitolato Ausmerzen. Non ho visto lo spettacolo teatrale tratto dal libro, ma devo dire che, pur non essendo un estimatore convinto del teatro di Paolini - che mi risuona eccessivamente naturalistico - il suo intervento alla trasmissione di Fazio mi ha davvero impressionato. Per chi non ha visto dirò in poche parole che si tratta di un testo che Paolini preparò per la giornata della memoria dello scorso 27 gennaio. Il contesto generale è abbastanza noto in quanto si tratta di un aspetto collaterale allo sterminio avvenuto nei campi di concentramento nazisti: lo studio e poi l'attuazione dei programmi di eugenetica. Tuttavia, il modo scelto da Paolini di parlare del proprio libro si è discostato dal cliché. Prima di tutto, focalizzando il contesto in cui nasce e si sviluppa l'eugenetica - gli Usa e non l'Europa – e poi la normalità discorsiva con cui le proposte di Bell (quello che gli Usa pretendevano avesse inventato il telefono invece di Meucci), furono accolte. L'eugenetica è una tarda derivazione del darwinismo sociale e non suscitò opposizioni indignate al momento della sua nascita. Sebbene si sapesse, fa una certa impressione seguire tutti i rivoli, fra cui appunto questo, che confluirono nel movimento nazista, che li sintetizzò nel modo che sappiano. In sostanza, un primo elemento di riflessione, nel sentire tutta la storia, è proprio questo: il nazismo fu un punto di coagulo e poi di amalgama di tendenze diffuse. Dicevo che tutto questo si sa, ma forse occorre riprenderlo perché l'impressione è che confinare tutto ciò nella ricostruzione storiografica data più o meno per scontata, significa considerare tutto ciò alle nostre spalle: ma se così fosse come spiegare la persistenza del fenomeno nazista nella nostra contemporaneità? E se fossero proprio queste profonde radici nella cultura diffusa occidentale e non semplicemente tedesca, le cause della sua tenuta?

29 Aprile.
Ben trovata ALBA! Non saranno in molti a capire cosa questo significhi e non voglio dire di più. Se ALBA crescerà se ne accorgeranno in molti, altrimenti sarà stato un generoso tentativo che andava fatto in tempo di cinismo e di spalle che si girano dall'altra parte: dunque ben trovata ALBA!

30 Aprile.
Tornando ad Ausmerzen e a Paolini, ciò che mi ha colpito è, dicevo, il modo della ricostruzione, che sembra riflettere in tutti i suoi passaggi proprio quella banalità del male (e anche normalità del male), di cui scrisse Annah Arendt. Il disegno eugenetico non s'impose dalla sera alla mattina e neppure passò senza un dibattito interno al partito nazionalsocialista. Abituati come siamo a considerare i nazisti sempre feroci e urlanti fin da quando erano bambini (ricordo il mio stesso stupore dello scorso anno quando visitando a Berlino la mostra su Hitler e i tedeschi, udii per la prima volta che il Fhürer sapeva persino parlare in modo pacato), si dimenticano facilmente i passaggi intermedi, che peraltro suonano persino più impressionanti. Il programma eugenetico si impose pian piano, con sperimentazioni limitate e correzioni di linea durante il percorso di attuazione. Non solo, ma alcuni approcci erano studiati in modo tale di rendere quasi impossibile riconoscere quale fosse l'obiettivo finale. Quando poi fu presa la decisione di attuare il disegno a livello di massa, alle singole famiglie coinvolte (per esempio perché avevano un figlio handicappato), veniva detto che si trattava di una cura di avanguardia, rischiosa ma che poteva salvare o migliorare la condizione del soggetto. Tutto ciò poteva essere fatto solo grazie a una lenta e capillare campagna di convincimento di medici e infermieri, basata sul rapporto costi-benefici, ma fino a che punto il confine fra 'cura' e sterminio era evidente proprio a tutti? Non parlo ovviamente della cerchia più alta, ma dei quadri intermedi, degli infermieri e delle infermiere, di quelli che si trovavano in prima linea. Alla fine della sua presentazione Paolini ha concluso con tre domande non banali: prima si è chiesto come avremmo reagito noi in quelle circostanze estreme e successivamente se possiamo essere certi che ce ne saremmo accorti. La terza domanda, però, è ancora più bruciante: siamo sicuri di vedere bene tutto ciò che ci circonda oggi, oppure potrebbe anche essere che nelle pieghe di una apparente normalità non sia nascosto il germe di qualcosa di tremendo che non vediamo e non vogliamo vedere? Non ho risposte definitive però so che almeno non mi permetterò più di porre due interrogativi (retorici) che hanno accompagnato spesso le analisi e la condanna del regime nazista e che anche a me è capitato di pronunciare in passato: come hanno fatto a non accorgersene? Come potevano dire di non sapere? Oggi credo di saperlo un po' di più il perché.

1 Maggio.
È stata per lungo tempo una data speciale nella mia vita; ora lo è decisamente meno. Mentre il 25 aprile rimane una data che gode ancora e per fortuna di un solido radicamento nella memoria collettiva di una parte consistente della società italiana, il Primo Maggio non lo è più. Le ragioni sono tante e sono parallele a quelle che provocano in molte donne reazioni di fastidio quando si parla di otto marzo. E tuttavia bisognerà ritornare a scoprire il significato che le due date avevano, l'abbandono delle proprie tradizioni, anche quando motivato dallo squallore contemporaneo di cui sono avvolte, è sempre un segno di resa, mai di forza.


3 Maggio.
Esuberi, badanti e ora anche esodanti o esodati. Le parole non indicano semplicemente un oggetto, come sappiamo, ma anche un contesto di riferimento, un insieme di relazioni; in particolare in questo caso. Cominciamo da esuberi. Mi domandai fin dalla sua prima apparizione perché mai si stesse diffondendo questa parola, fatta propria senza troppi imbarazzi anche dal sindacato e dai partiti di sinistra: ma eravamo solo all'inizio del ventennale 8 settembre di un pezzo consistente della cultura sindacale e operaia e lo stupore e gli interrogativi sul diffondersi di certe parole al posto di altre, erano ancora legittimi. Ora non me ne stupisco più di queste invenzioni e neologismi (peraltro brutti al suono e al senso) postmoderni, ma diciamo che almeno oggi è possibile ricostruire un quadro d'insieme di tali modificazioni linguistiche, che sono altrettante modificazioni sociologiche e pure antropologiche. Esuberi si diffuse come termine sostitutivo di disoccupati e rispetto al precedente rimarcava la continuità di un linguaggio falsamente universale (esubera o esubere non si dice e sarebbe ancora peggio di esuberi linguisticamente, così come non si diceva disoccupate), ma per il resto segna una rottura della continuità linguistica. Il disoccupato, o la disoccupata, sono soggetti senza un lavoro o in attesa di prima occupazione, ma non sono dei senza lavoro. Disoccupato è un termine che non appartiene solo al linguaggio economico, ma indica una condizione in cui storicamente si è identificato il movimento operaio e non solo il padrone: era una condizione di lotta e di ricerca di dignità tramite il lavoro e non di attesa passiva. Essere esuberi o in esubero significa altro. Prenderò la cosa un po' alla lontana e cioè dall'introduzione alle Lettere Luterane di Pasolini. Nella prefazione al testo lo scrittore si rivolge a un immaginario ragazzo, con un discorso che più o meno suona così: caro Gennariello, se tu fossi nato cento anni fa avresti avuto molte probabilità di morire prima di raggiungere i cinque anni di vita, perché alta era la mortalità infantile fra le classi più povere. I progressi della medicina ti hanno invece permesso di arrivare a vent'anni, ma la stessa scienza ora ti dice che per te non c'è posto nel mondo, che tu non ci dovresti essere. La seconda 'scienza' (che metto fra virgolette naturalmente), cui Pasolini allude è l'economia capitalistica nella sua presunta scientificità. Ecco la radice di una parola come esuberi, che non significa semplicemente non avere un lavoro, ma l'essere di troppo, l'essere un ospite indesiderato in un mondo che non ti vuole. La parola esuberi, secondo me, segna un crinale linguistico di fondamentale importanza e cioè il primo passo verso il ritorno di un'egemonia di classe nel linguaggio. Fino a quel momento, la terminologia marxiana e operaia aveva esercitato un'egemonia culturale, visto che anche un presidente di Confindustria era costretto a usare termini come mercato del lavoro, forza lavoro, scioperi e disoccupazione, che non esistevano neppure prima delle lotte operaie e dei partiti socialista e comunista. Con la diffusione di termini quali esuberi e anche astensione dal lavoro (che vuol dire tutt'altro rispetto a sciopero), l'egemonia comincia a cambiare di segno: che tale terminologia sia stata fatta propria senza alcun imbarazzo da sindacalisti e politici di sinistra è un segno vistoso di un degrado linguistico che trova il suo acme nell'espressione guerra umanitaria.

4 Maggio.
Badanti. Il fatto che la parola sia spesso accompagnata dall'articolo determinativo femminile, non riflette solo il fatto che la maggioranza delle badanti siano donne (peraltro se anche così fosse, la percentuale di personale maschile nel settore è molto elevata), ma apparentemente, almeno, anche un riconoscimento di genere; ma è proprio così? Non credo. La parola badante in realtà segna un doppio scalino nel degrado linguistico, ma presenta degli aspetti di maggiore complessità rispetto ad esuberi. L'espressione più comune in uso precedentemente e cioè donna di servizio, oppure cameriera (o cuoca) e maggiordomo per le famiglie abbienti, indicavano tutte una funzione sociale riconosciuta e anche in alcuni casi autorevole: basta ricordare famosi romanzi. Certamente il termine servizio non è piacevole, anche perché ha subito uno slittamento semantico con il tempo, tuttavia la funzione si richiamava a un certo decoro. In che senso badante costituisce un doppio degrado? Da un lato è un termine asettico, che copre di un velo di indeterminatezza ciò che prima era più determinato e la possibilità di interscambio fra maschile e femminile, più che un'attenzione alla diversità di genere, sembra suggerire piuttosto la confusione asettica fra i generi. Tuttavia il secondo scalino di degrado è ancora più forte: il verbo che soggiace dietro il sostantivo è badare. Si bada al cane, allo scalino per non inciampare, al gap che esiste fra l'uscita dal treno di una metropolitana e la banchina, come ci ricordano gli avvisi in più lingue nelle stazioni. Badare a un individuo, a una persona è qualcosa che dovrebbe suonare stridente e invece sembra di no, vista la diffusione del termine, nonostante i tentativi di uso di collaboratrice o collaboratore domestico, di certo assai più decoroso ma meno di massa. Badare è una via di mezzo fra custodire e sorvegliare: non ha nulla a che fare con il prendersi cura. Nel momento in cui la funzione sociale della cura e dell'accudimento viene delegata nella maggioranza dei casi a extracomunitari, uomini e donne, ecco che la funzione sociale viene degradata con l'uso di un termine dequalificante; ma come sempre, nominando in modo degradato la funzione, la legge del contrappasso fa si che l'ombra del degrado si riverberi anche sull'oggetto cui badare.

7 Maggio.
Infine esodanti, una parola che si porta dietro anche una scia di grottesco. Il termine di riferimento è esodo: addirittura si scomoda la Bibbia, ma ormai si sa che esistono anche l'esodo di agosto e quello del lunedì di Pasqua. Prima questione: sfido chiunque a capire immediatamente cosa significhi essere un esodante o un esodato-a. Occorre, per capirlo, avere seguito qualche dibattito televisivo, oppure trovarsi nella infausta condizione che il termine vorrebbe indicare. Tuttavia, penso che anche chi si trovi in tale condizione, per spiegarlo bene a un interlocutore, debba ricorrere a un discorso piuttosto lungo. Il termine, infatti, serve a nascondere uno scellerato atto di governo. Il degrado linguistico in questione è prèt a porter, nel senso che bisognava inventare qualcosa in fretta per una situazione cui si sta cercando in qualche modo di dare rimedio e che, se vivessimo in una situazione civile, sarebbe derubricata come una truffa pura e semplice.
A un numero consistente di lavoratori si è fatto credere che potevano andare in pensione e dopo aver fatto una regolare domanda si sono sentiti dire che non era vero, ma nel frattempo sono rimasti senza lavoro e senza pensione: che differenza c'è con il furto e con la truffa? Che differenza c'è fra questo e - che ne so - chi ti vende una casa e tu la paghi e poi la casa non esiste? Nessuna e allora ecco che invece di derubati o truffati (parole che chiunque capirebbe), i soggetti in questione diventano esodati-e o esodanti, termini che non spiegano nulla e che occultano tutto. Anche in questo caso, tuttavia, come nei precedenti, è la connivenza di chi dovrebbe rappresentare i derubati, a rendere più facile l'occultamento della verità.


martedì 8 maggio 2012

Tornano le Nina's drag queens al teatro Ringhiera di Milano


Il giardino delle ciliegie

ETUDE POUR UN VAUDEVILLE PLEIN DE PAILLETTES
Regia Francesco Micheli.

  • Date: dal 18/mag al 20/mag
  • Città:Milano
  • Categoria:Teatro

Non perderti il ritorno delle Nina's Drag Queens AL Teatro Ringhiera di Milano! Le ragazze proporranno Il giardino delle ciliegie, rivisitazione originale del classico di Cechov.

INFO:


Personaggi e interpreti.

Alessio Calciolari Anja
Gianluca Di Lauro Varja
Sax Nicosia Sarlotta
Stefano Orlandi Duniasa
Lorenzo Piccolo Liuba
Ulisse Romanò Firs


Luci Giulia Pastore 
Audio Mattia Franco
Assistente alla regia Luisa Costi
Accademia di Belle Arti di Brera, Biennio Specialistico in Scenografia Teatrale e Costume:
Scene Clara Storti, Selena Zanrosso
Costumi Giada Masi.

Realizzazione scene e costumi: Omar Abu Fakher, Giulia Bassani, Alice Damiani, Marco Faffini, Du Jiao, Clementina Laura Manzi, Petra Nacmias Indri, Soyoun Park, Giulia Piazza, Elena Rossetti, Riccardo Rossi, Cristina Russo, Giulia Simonetti, Miriam Tritto, Yi Wu, Marianna Zarini, Jessica Zisa, Chiara Barlassina, Alessandra Locatelli, Alice Rossi, Duan YanYan, Mu Xiuja.

l Giardino dei Ciliegi è una terra di confine, un confine spazio-temporale.
Il Giardino dei Ciliegi è crocevia di mondi lontani, irriducibili.
Il Giardino dei Ciliegi è una storia che annoda mille vicende irrilevanti intorno a una piccola grande tragedia familiare.
Il Giardino dei Ciliegi è una sinfonia in cui ritmi, timbri e armonie lontane convivono in un contrappunto sghembo, sincopato.
Il Giardino dei Ciliegi è un testo dove si ride con le lacrime agli occhi.Il Giardino dei Ciliegi è una drag queen.
I ciliegi sono fantasmi, simulacri di un mondo troppo frettolosamente sepolto perche’ non torni a farci visita con i propri inquietanti spettri.
Le drag queen sono creature anfibie, icone tra mondi opposti, angeli sgangherati, animali divini, incarnazione contemporanea del mito di Dafne: donne albero che sanguinano e piangono se fai loro del male.
Un bosco di fanciulle albero, belle ma legnose, uomini in panni femminili che evocano il bel mondo al tramonto che un tempo affollava quei luoghi.
Vorrei piantare un giardino di ciliegi dove gli alberi hanno radici che sono tacchi a spillo e zatteroni, il tronco è il corpo nodoso di un maschio inguainato in abiti da sera, i rami braccia nerborute malcelate da guanti di raso, le foglie sono unghie laccate come mobili cinesi, i frutti gioielli luccicanti.
Vorrei perdermi in questo giardino nel seguire i richiami di un’infanzia perduta ma non dimenticata.
Vorrei smettere di sentire le voci di un passato tanto bello e ingombrante da soffocarmi come il profumo di un prato in primavera senza che arrivi mai la promessa estate.
Il Giardino dei Ciliegi è tutto questo. E chissà quant’altro.”
Francesco Michel