8 Aprile.
Impazzano le
commemorazioni dell'affondamento del Titanic. Un servizio dopo
l'altro sui canali della televisione tedesca. Le valenze simboliche
di quell'evento sono state sviscerate fino alla nausea per decenni,
che altro si può dire? Il Titanic è diventato talmente la metafora
di una metafora, da trasformarsi in un labirinto dal quale è
impossibile uscire. Forse basterebbe non entrarci più, almeno per un
po'. Invece no, questa nave ha smesso di affondare del tutto nel
momento stesso in cui è colata a picco e continua ad affondare senza
mai toccare il fondo. Gli anniversari, si sa, sono tentazioni
irresistibili e da quando si perde sempre di più la memoria, la
necessità di ricordare si è fatta più ossessiva. E tuttavia c'è
qualcosa che stride. Possibile che a nessuno venga in mente che
richiamare oggi il Titanic alla memoria è un po' come parlare di
corde a casa dell'impiccato? Oppure è proprio per questo che lo si
fa? Il narcisismo del negativo, può arrivare fino a questo punto?
Oppure semplicemente non ci si rende conto? In definitiva, il Titanic
impressionò tanto anche dopo il suo affondamento per quel che
avvenne a due anni di distanza: la Prima Guerra Mondiale. Sarà
interessante allora capire come verrà ricordato proprio questo
evento fra un paio di anni: Ma non sarà anche questo mio un parlar
di corde a casa dell'impiccato? E non parlo del Titanic stavolta...
19 Aprile.
Ormai a ogni
ritorno a Milano mi capita di avvertire una pesantezza, una gravezza
che diventa sempre più un segnale di sciagura imminente: poi si
telefona e figli, amici, amiche e allora un po' cambia, ma di poco
perché più o meno si capisce che sono in molti ad avvertire lo
stesso clima.
25 Aprile.
Molte gente
in piazza, festosa, poi feste di quartiere, belle e partecipate:
famiglie, bambini, giochi. La percezione che ormai esistono due
società che non si parlano più si fa sempre più forte: non sarà
mai una data condivisa quella del 25 aprile e sotto certi aspetti è
un bene, perché la Repubblica Democratica nata dalla Resistenza e
dall'incontro fra le tre grandi culture di massa, quella comunista,
socialista e cattolica, è finita da un pezzo ed era rimasta solo la
sua melensa ipocrisia: ha fatto bene l'Anpi di Roma a rifiutare la
presenza di presidenti di istituzione che sono semplicemente dei
fascisti e della peggiore specie. Chi era in piazza a Milano e anche
nei quartieri mostrava di comprendere tutto questo, parlo della
persone comuni non di ciò che rimane delle nomenclature riciclate
della prima repubblica; forse sono le conseguenze a non essere ancora
del tutto chiare...
28 Aprile.
Marco
Paolini, alla trasmissione di Fazio Che tempo che fa ha presentato il
suo ultimo libro-testo intitolato Ausmerzen. Non ho visto lo
spettacolo teatrale tratto dal libro, ma devo dire che, pur non
essendo un estimatore convinto del teatro di Paolini - che mi risuona
eccessivamente naturalistico - il suo intervento alla trasmissione di
Fazio mi ha davvero impressionato. Per chi non ha visto dirò in
poche parole che si tratta di un testo che Paolini preparò per la
giornata della memoria dello scorso 27 gennaio. Il contesto generale
è abbastanza noto in quanto si tratta di un aspetto collaterale allo
sterminio avvenuto nei campi di concentramento nazisti: lo studio e
poi l'attuazione dei programmi di eugenetica. Tuttavia, il modo
scelto da Paolini di parlare del proprio libro si è discostato dal
cliché. Prima di tutto, focalizzando il contesto in cui nasce e si
sviluppa l'eugenetica - gli Usa e non l'Europa – e poi la normalità
discorsiva con cui le proposte di Bell (quello che gli Usa
pretendevano avesse inventato il telefono invece di Meucci), furono
accolte. L'eugenetica è una tarda derivazione del darwinismo sociale
e non suscitò opposizioni indignate al momento della sua nascita.
Sebbene si sapesse, fa una certa impressione seguire tutti i rivoli,
fra cui appunto questo, che confluirono nel movimento nazista, che li
sintetizzò nel modo che sappiano. In sostanza, un primo elemento di
riflessione, nel sentire tutta la storia, è proprio questo: il
nazismo fu un punto di coagulo e poi di amalgama di tendenze diffuse.
Dicevo che tutto questo si sa, ma forse occorre riprenderlo perché
l'impressione è che confinare tutto ciò nella ricostruzione
storiografica data più o meno per scontata, significa considerare
tutto ciò alle nostre spalle: ma se così fosse come spiegare la
persistenza del fenomeno nazista nella nostra contemporaneità? E se
fossero proprio queste profonde radici nella cultura diffusa
occidentale e non semplicemente tedesca, le cause della sua tenuta?
29 Aprile.
Ben trovata
ALBA! Non saranno in molti a capire cosa questo significhi e non
voglio dire di più. Se ALBA crescerà se ne accorgeranno in molti,
altrimenti sarà stato un generoso tentativo che andava fatto in
tempo di cinismo e di spalle che si girano dall'altra parte: dunque
ben trovata ALBA!
30 Aprile.
Tornando
ad Ausmerzen e a Paolini, ciò che mi ha colpito è, dicevo, il modo
della ricostruzione, che sembra riflettere in tutti i suoi passaggi
proprio quella banalità del male (e anche normalità del male), di
cui scrisse Annah Arendt. Il disegno eugenetico non s'impose dalla
sera alla mattina e neppure passò senza un dibattito interno al
partito nazionalsocialista. Abituati come siamo a considerare i
nazisti sempre feroci e urlanti fin da quando erano bambini (ricordo
il mio stesso stupore dello scorso anno quando visitando a Berlino la
mostra su Hitler e i tedeschi, udii per la prima volta che il Fhürer
sapeva persino parlare in modo pacato), si dimenticano facilmente i
passaggi intermedi, che peraltro suonano persino più impressionanti.
Il programma eugenetico si impose pian piano, con sperimentazioni
limitate e correzioni di linea durante il percorso di attuazione. Non
solo, ma alcuni approcci erano studiati in modo tale di rendere quasi
impossibile riconoscere quale fosse l'obiettivo finale. Quando poi fu
presa la decisione di attuare il disegno a livello di massa, alle
singole famiglie coinvolte (per esempio perché avevano un figlio
handicappato), veniva detto che si trattava di una cura di
avanguardia, rischiosa ma che poteva salvare o migliorare la
condizione del soggetto. Tutto ciò poteva essere fatto solo grazie a
una lenta e capillare campagna di convincimento di medici e
infermieri, basata sul rapporto costi-benefici, ma fino a che punto
il confine fra 'cura' e sterminio era evidente proprio a tutti? Non
parlo ovviamente della cerchia più alta, ma dei quadri intermedi,
degli infermieri e delle infermiere, di quelli che si trovavano in
prima linea. Alla fine della sua presentazione Paolini ha concluso
con tre domande non banali: prima si è chiesto come avremmo reagito
noi in quelle circostanze estreme e successivamente se possiamo
essere certi che ce ne saremmo accorti. La terza domanda, però, è
ancora più bruciante: siamo sicuri di vedere bene tutto ciò che ci
circonda oggi, oppure potrebbe anche essere che nelle pieghe di una
apparente normalità non sia nascosto il germe di qualcosa di
tremendo che non vediamo e non vogliamo vedere? Non ho risposte
definitive però so che almeno non mi permetterò più di porre due
interrogativi (retorici) che hanno accompagnato spesso le analisi e
la condanna del regime nazista e che anche a me è capitato di
pronunciare in passato: come hanno fatto a non accorgersene? Come
potevano dire di non sapere? Oggi credo di saperlo un po' di più il
perché.
1 Maggio.
È
stata per lungo tempo una data speciale nella mia vita; ora lo è
decisamente meno. Mentre il 25 aprile rimane una data che gode ancora
e per fortuna di un solido radicamento nella memoria collettiva di
una parte consistente della società italiana, il Primo Maggio non lo
è più. Le ragioni sono tante e sono parallele a quelle che
provocano in molte donne reazioni di fastidio quando si parla di otto
marzo. E tuttavia bisognerà ritornare a scoprire il significato che
le due date avevano, l'abbandono delle proprie tradizioni, anche
quando motivato dallo squallore contemporaneo di cui sono avvolte, è
sempre un segno di resa, mai di forza.
3 Maggio.
Esuberi,
badanti e ora anche esodanti o esodati. Le parole non indicano
semplicemente un oggetto, come sappiamo, ma anche un contesto di
riferimento, un insieme di relazioni; in particolare in questo caso.
Cominciamo da esuberi. Mi domandai fin dalla sua prima apparizione
perché mai si stesse diffondendo questa parola, fatta propria senza
troppi imbarazzi anche dal sindacato e dai partiti di sinistra: ma
eravamo solo all'inizio del ventennale 8 settembre di un pezzo
consistente della cultura sindacale e operaia e lo stupore e gli
interrogativi sul diffondersi di certe parole al posto di altre,
erano ancora legittimi. Ora non me ne stupisco più di queste
invenzioni e neologismi (peraltro brutti al suono e al senso)
postmoderni, ma diciamo che almeno oggi è possibile ricostruire un
quadro d'insieme di tali modificazioni linguistiche, che sono
altrettante modificazioni sociologiche e pure antropologiche. Esuberi
si diffuse come termine sostitutivo di disoccupati e rispetto al
precedente rimarcava la continuità di un linguaggio falsamente
universale (esubera o esubere non si dice e sarebbe ancora peggio di
esuberi linguisticamente, così come non si diceva disoccupate), ma
per il resto segna una rottura della continuità linguistica. Il
disoccupato, o la disoccupata, sono soggetti senza un lavoro o in
attesa di prima occupazione, ma non sono dei
senza lavoro.
Disoccupato è un termine che non appartiene solo al linguaggio
economico, ma indica una condizione in cui storicamente si è
identificato il movimento operaio e non solo il padrone: era una
condizione di lotta e di ricerca di dignità tramite il lavoro e non
di attesa passiva. Essere esuberi o in esubero significa altro.
Prenderò la cosa un po' alla lontana e cioè dall'introduzione alle
Lettere Luterane di Pasolini. Nella prefazione al testo lo scrittore
si rivolge a un immaginario ragazzo, con un discorso che più o meno
suona così: caro Gennariello, se tu fossi nato cento anni fa avresti
avuto molte probabilità di morire prima di raggiungere i cinque anni
di vita, perché alta era la mortalità infantile fra le classi più
povere. I progressi della medicina ti hanno invece permesso di
arrivare a vent'anni, ma la stessa scienza ora ti dice che per te non
c'è posto nel mondo, che tu non ci dovresti essere. La seconda
'scienza' (che metto fra virgolette naturalmente), cui Pasolini
allude è l'economia capitalistica nella sua presunta scientificità.
Ecco la radice di una parola come esuberi, che non significa
semplicemente non avere un lavoro, ma l'essere di troppo, l'essere un
ospite indesiderato in un mondo che non ti vuole. La parola esuberi,
secondo me, segna un crinale linguistico di fondamentale importanza e
cioè il primo passo verso il ritorno di un'egemonia di classe nel
linguaggio. Fino a quel momento, la terminologia marxiana e operaia
aveva esercitato un'egemonia culturale, visto che anche un presidente
di Confindustria era costretto a usare termini come mercato del
lavoro, forza lavoro, scioperi e disoccupazione, che non esistevano
neppure prima delle lotte operaie e dei partiti socialista e
comunista. Con la diffusione di termini quali esuberi e anche
astensione dal lavoro (che vuol dire tutt'altro rispetto a sciopero),
l'egemonia comincia a cambiare di segno: che tale terminologia sia
stata fatta propria senza alcun imbarazzo da sindacalisti e politici
di sinistra è un segno vistoso di un degrado linguistico che trova
il suo acme nell'espressione guerra
umanitaria.
4 Maggio.
Badanti. Il
fatto che la parola sia spesso accompagnata dall'articolo
determinativo femminile, non riflette solo il fatto che la
maggioranza delle badanti siano donne (peraltro se anche così fosse,
la percentuale di personale maschile nel settore è molto elevata),
ma apparentemente, almeno, anche un riconoscimento di genere; ma è
proprio così? Non credo. La parola badante in realtà segna un
doppio scalino nel degrado linguistico, ma presenta degli aspetti di
maggiore complessità rispetto ad esuberi. L'espressione più comune
in uso precedentemente e cioè donna di servizio, oppure cameriera (o
cuoca) e maggiordomo per le famiglie abbienti, indicavano tutte una
funzione sociale riconosciuta e anche in alcuni casi autorevole:
basta ricordare famosi romanzi. Certamente il termine servizio non è
piacevole, anche perché ha subito uno slittamento semantico con il
tempo, tuttavia la funzione si richiamava a un certo decoro. In che
senso badante costituisce un doppio degrado? Da un lato è un termine
asettico, che copre di un velo di indeterminatezza ciò che prima era
più determinato e la possibilità di interscambio fra maschile e
femminile, più che un'attenzione alla diversità di genere, sembra
suggerire piuttosto la confusione asettica fra i generi. Tuttavia il
secondo scalino di degrado è ancora più forte: il verbo che
soggiace dietro il sostantivo è badare. Si bada al cane, allo
scalino per non inciampare, al gap che esiste fra l'uscita dal treno
di una metropolitana e la banchina, come ci ricordano gli avvisi in
più lingue nelle stazioni. Badare a un individuo, a una persona è
qualcosa che dovrebbe suonare stridente e invece sembra di no, vista
la diffusione del termine, nonostante i tentativi di uso di
collaboratrice o collaboratore domestico, di certo assai più
decoroso ma meno di massa. Badare è una via di mezzo fra custodire e
sorvegliare: non ha nulla a che fare con il prendersi cura. Nel
momento in cui la funzione sociale della cura e dell'accudimento
viene delegata nella maggioranza dei casi a extracomunitari, uomini e
donne, ecco che la funzione sociale viene degradata con l'uso di un
termine dequalificante; ma come sempre, nominando in modo degradato
la funzione, la legge del contrappasso fa si che l'ombra del degrado
si riverberi anche sull'oggetto cui badare.
7 Maggio.
Infine
esodanti, una parola che si porta dietro anche una scia di grottesco.
Il termine di riferimento è esodo: addirittura si scomoda la Bibbia,
ma ormai si sa che esistono anche l'esodo di agosto e quello del
lunedì di Pasqua. Prima questione: sfido chiunque a capire
immediatamente cosa significhi essere un esodante o un esodato-a.
Occorre, per capirlo, avere seguito qualche dibattito televisivo,
oppure trovarsi nella infausta condizione che il termine vorrebbe
indicare. Tuttavia, penso che anche chi si trovi in tale condizione,
per spiegarlo bene a un interlocutore, debba ricorrere a un discorso
piuttosto lungo. Il termine, infatti, serve a nascondere uno
scellerato atto di governo. Il degrado linguistico in questione è
prèt a porter, nel senso che bisognava inventare qualcosa in fretta
per una situazione cui si sta cercando in qualche modo di dare
rimedio e che, se vivessimo in una situazione civile, sarebbe
derubricata come una truffa pura e semplice.
A un numero
consistente di lavoratori si è fatto credere che potevano andare in
pensione e dopo aver fatto una regolare domanda si sono sentiti dire
che non era vero, ma nel frattempo sono rimasti senza lavoro e senza
pensione: che differenza c'è con il furto e con la truffa? Che
differenza c'è fra questo e - che ne so - chi ti vende una casa e tu
la paghi e poi la casa non esiste? Nessuna e allora ecco che invece
di derubati o truffati (parole che chiunque capirebbe), i soggetti in
questione diventano esodati-e o esodanti, termini che non spiegano
nulla e che occultano tutto. Anche in questo caso, tuttavia, come nei
precedenti, è la connivenza di chi dovrebbe rappresentare i
derubati, a rendere più facile l'occultamento della verità.